Everybody Wants to Rule the World: cosa ci insegna la politologia sul posto di lavoro
Quando la lealtà vale più della competenza: quello che i sistemi di potere non ci dicono sulla meritocrazia
Un libro, un articolo e un’espressione che non si dimentica
Qualche tempo fa mi sono imbattuta in un articolo del New York Times che mi ha fatto fare una di quelle passeggiate mentali da cui torni con le scarpe sporche e qualche certezza in meno.
Si intitola “Actually, Democracy Dies in H.R.” di Amanda Taub — già il titolo è un piccolo capolavoro — e prende spunto da un libro, “Making a Career in Dictatorship” di Adam Scharpf e Christian Glassel. I due politologi tedeschi hanno studiato come funzionano i regimi autoritari dal basso. Non dai dittatori in cima. Dalla manovalanza.
Perché la cosa interessante non sono i leader. I leader autoritari li abbiamo studiati, analizzati, catalogati. La domanda che si sono posti Scharpf e Glassel — e che nessuno si era posto con questo rigore — è un’altra: chi gli sta intorno? Chi fa il lavoro sporco, e perché? La risposta è sorprendente. Non i fanatici ideologici, non le persone costrette sotto minaccia. Per lo più, e qui sta il colpo di scena: le persone con una carriera in stallo.
Il meccanismo: la corsia preferenziale per chi non ha alternative
Studiando i servizi segreti argentini durante la Guerra Sporca, i ricercatori hanno scoperto un meccanismo preciso. Chi nel sistema ordinario — meritocratico, gerarchico, “sali o esci” — non sarebbe mai andato da nessuna parte, trovava nella polizia segreta la sua personale corsia preferenziale. Più erano scarsi nell’accademia militare, più erano probabili candidati ai reparti più brutali. E più erano brutali, più avanzavano.
Una politologa della Michigan State University, Erica Frantz, li ha battezzati con un’espressione che vale da sola l’intero articolo: loyal losers. Gente che diventa fedelissima al leader non per convinzione ideologica, ma perché in fondo sa benissimo — o almeno lo sospetta — che un’opportunità del genere non le ricapiterebbe mai in un contesto normale. Si attaccano all’unico folle disposto a considerarli. Ed eseguono.
Amanda Taub definisce il libro di Scharpf e Glassel come quello che ottieni incrociando La banalità del male di Hannah Arendt con un manuale aziendale su come ricavare il massimo dagli impiegati con scarse performance. Il che è già una sintesi abbastanza spettacolare.
Dal regime all’azienda: i loyal losers sono ovunque
Io faccio la career counselor, non la politologa. Ma da quando ho letto quell’articolo continuo a vedere loyal losers ovunque — e non solo nelle dittature.
Li vedo nelle aziende che premiano la lealtà al capo sopra qualsiasi altra competenza. Li vedo nei team dove chi fa domande scomode viene marginalizzato e chi annuisce ottiene promozioni. Li vedo nelle organizzazioni dove la cultura del “non fare onde” è così radicata da essere scambiata per professionalità.
E ogni volta mi fermo a pensare alla stessa cosa: perché ci sorprende tanto?
Il mito della meritocrazia e la domanda che nessuno vuole farsi
Ci sorprende perché abbiamo interiorizzato il mito della meritocrazia in modo così profondo da considerarlo una legge di natura. L’idea che le persone in posizioni di potere ci siano arrivate perché se lo meritano — perché sono più brave, più competenti, più visionarie — è una delle narrative più rassicuranti che esistano. Perché se è così, il mondo ha un senso. E se lavori bene, prima o poi arriva il tuo turno.
Peccato che non funzioni sempre così.
La ricerca dimostra una cosa che in fondo sappiamo già ma facciamo fatica ad accettare: i sistemi, a volte, non selezionano i migliori. Selezionano i più utili al sistema.
Un sistema costruito attorno al potere di una persona seleziona, inevitabilmente, chi quel potere lo protegge senza fare domande. Non perché ci creda davvero, ma perché non ha alternative migliori. La struttura è sempre la stessa: un leader che si crede straordinario, circondato da persone che sanno — o quantomeno sospettano — di non esserlo, e che a quel carro si aggrappano con una dedizione inversamente proporzionale alla loro autostima reale.
Nulla di nuovo sotto il sole, in fondo. Ma fa un certo effetto vederlo scritto nero su bianco con i dati.
La domanda che pongo spesso nel bilancio di competenze
Tutto questo mi riporta a una domanda che emerge spesso nelle sessioni di bilancio di competenze, e che ora ha una risposta molto più articolata di quanto pensassi:
Quando mi sento invisibile, il problema sono io — o è il sistema che non è costruito per riconoscere certe competenze?
Non è una domanda retorica. A volte il problema è davvero nostro: non comunichiamo bene il valore che portiamo, non sappiamo renderci visibili, non abbiamo ancora trovato il linguaggio giusto, o più semplicemente quelle competenze non le abbiamo sviluppate abbastanza. Ma a volte siamo semplicemente nel posto sbagliato. In un sistema che non premia quello che siamo, perché quello che siamo non serve al sistema.
Arendt parlava di banalità del male riferendosi a Eichmann — non voglio fare paragoni troppo pesanti con il mondo del lavoro ordinario, le scale sono incomparabili. Ma c’è qualcosa in quell’immagine che mi torna in mente quando vedo persone brillanti che si spengono lentamente in contesti che non le vedono, mentre altri — meno curiosi, meno profondi, più allineati — avanzano senza intoppi.
La banalità, in fondo, non è solo una questione morale. È anche una questione di carriera.
Uscire da un sistema che premia i loyal losers non è una sconfitta
Quindi la prossima volta che incrociate qualcuno in una posizione di potere che vi fa chiedere ma come ci è arrivato? — beh, ora avete una risposta scientificamente fondata. Non ci è arrivato nonostante le sue lacune. Ci è arrivato grazie ad esse. O meglio: grazie a un sistema che quelle lacune le cercava attivamente, perché una persona con poche alternative è una persona molto più fedele di una con molte.
Il vero lavoro — quello che cerco di fare con le persone che supporto — è aiutarle a riconoscere la differenza tra un contesto che le sfida e uno che le consuma. Tra un sistema che non le capisce ancora e uno che non le vorrà mai capire.
Perché uscire da un sistema che premia i loyal losers non è una sconfitta. È, molto spesso, l’unica mossa intelligente rimasta.
Se questo articolo ha fatto emergere qualche riflessione sul tuo percorso professionale e vuoi capire come un bilancio di competenze possa supportarti nel fare chiarezza, scrivimi.
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